Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo

La cappella Cerasi, situata nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, fu acquistata verso la fine del ‘500 da monsignor Tiberio Cerasi, tesoriere apostolico sotto il papato di Clemente VIII. Il Cerasi incaricò lo scultore architetto Carlo Maderno della ristrutturazione della cappella, mentre ne commissionò la decorazione pittorica a due degli artisti più richiesti di Roma: Michelangelo Merisi da Caravaggio e Annibale Carracci. I tre dipinti sono tuttora collocati all’interno della cappella: sulle pareti laterali son collocati rispettivamente la “Conversione di San Paolo” e la “Crocifissione di San Pietro” di Caravaggio, mentre sull’altare è posta la tela del Carracci raffigurante l'“Assunzione della Vergine”. La presenza nello stesso luogo di queste tre opere, consente un confronto tra le due tendenze fondamentali dell’arte romana agli inizi del Seicento.

Da un lato il naturalismo di Caravaggio, dall’altro l’idealismo classicheggiante di Annibale Carracci che qui apre già uno spiraglio verso il barocco. Quando, nel 1600, il Cerasi commissiona a Caravaggio le due tele per la cappella di famiglia, l’artista aveva già dato prova del suo talento rivoluzionario nei dipinti per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi e, nonostante le sue composizioni spesso attirassero critiche e turbamento, nondimeno suscitavano l’apprezzamento dei dilettanti d’arte. Nel corso dei due anni che seguirono all’affidamento dell’incarico, Caravaggio realizzò ben due versioni per ciascun soggetto. La prima redazione dei dipinti, realizzati su tavola di cipresso, come da richiesta del committente, erano già pronti nel 1601, anno in cui morì il Cerasi, ma dato che la ristrutturazione della cappella non era ancora stata completata, rimasero nello studio dell’artista in attesa di poter essere collocati. Successivamente, in virtù di un nuovo accordo con gli eredi del Cerasi, Caravaggio ottenne di poter realizzare una seconda versione su tela di entrambi i dipinti. Probabilmente ritenne la prima redazione inadeguata al nuovo spazio architettonico, ridotto dall’intervento di ristrutturazione operato del Maderno. La “Crocifissione di san Pietro” ha un impianto molto solido, e tutta la scena ha un vigore notevole. Il taglio del quadro è decisamente innovativo, con la scelta di comprimere l’immagine in un angolo visivo ristrettissimo che non riesce a contenere neppure tutta la croce. Come è noto, al momento del martirio, san Pietro, che doveva essere crocifisso, chiese, per essere inferiore a Gesù, di essere crocifisso a testa in giù. I tre uomini, indaffarati intorno alla croce, attendono al loro compito e sembrano più degli operai che dei carnefici. San Pietro è disteso a testa in giù sulla croce, e appare di un’umanità tragica: è un povero vecchio in carne ed ossa, al quale viene imposto l’incredibile supplizio di essere inchiodato mani e piedi a delle assi di legno. Non c’è nessuna dimensione trascendentale in questa immagine: lo sgomento che produce è la sensazione del dolore vero. Il tutto viene ancora più drammatizzato da un’oscurità diffusa, in cui la luce entra ad illuminare alcune parti: investe la croce e il santo, entrambi simbolo della fondazione e della costruzione della Chiesa, attraverso il martirio del suo fondatore. La luce altresì investe i carnefici, qui raffigurati non come aguzzini che agiscono in maniera brutalmente gratuita, ma come uomini semplici, costretti ad un lavoro faticoso. Nella Conversione di San Paolo, la scena racconta il momento in cui Gesù appare a Paolo sulla via di Damasco, sotto la forma di una luce accecante, e gli ordina di desistere dal perseguitarlo, esortandolo a diventare suo “ministro e testimone”. Nel dipinto regna una calma e un silenzio assoluti. San Paolo, vestito da legionario romano, è appena caduto da cavallo. Ad investirlo è un fascio di luce salvifica, metafora della grazia divina, che lui accoglie ad occhi chiusi e braccia spalancate. Anche per questo dipinto, come in altre opere future (ad es. la Madonna dei Pellegrini), Caravaggio stravolge l’iconografia tradizionale e occupa i tre quarti del dipinto dal cavallo, visto da tergo. La luce che irrompe nell’oscurità e illumina il fulcro della scena, ne aumenta l’intensità drammatica. La prima versione di entrambi i dipinti caravaggeschi invece sono andate incontro ad una sorte movimentata. Dapprima furono acquistate dal Cardinale Giacomo Sannesio, che li vendette poi allo spagnolo Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, nono Almirante di Castiglia e Viceré di Sicilia e di Napoli fino al 1646, che le portò con sé a Madrid nel 1647. La “Conversione di San Paolo” fu successivamente venduta al nobile genovese Agostino Ayrolo e poi al cognato Francesco Maria Balbi. Per via ereditaria finì nella raccolta della principessa Vittoria Odescalchi-Balbi di Piovera, ed ancora per discendenza alla famiglia Odescalchi di Roma, che oggi la possiede. Non si conosce invece la sorte della “Crocefissione di San Pietro”, attestata ancora nel 1691 nella collezione di Madrid. Annibale Carracci era giunto a Roma nel 1595 alcuni anni dopo Caravaggio, ma essendo più anziano dell’artista lombardo, aveva già raggiunto una certa maturità artistica e fama. Il percorso formativo compiuto dal Carracci, basato sullo studio dei pittori veneti e bolognesi, lo avevano condotto ad un'interpretazione profondamente classica della natura, mediata attraverso la pittura del Cinquecento. Ma a Roma, il contatto con l'opera di Raffaello e l'arte antica, fu da stimolo per l’elaborazione di grandi composizioni caratterizzate da una maggiore libertà inventiva, e da un’armoniosa sintesi tra mondo naturale e tradizione classica. L’“Assunzione della Vergine” per la cappella Cerasi, costituisce un tappa di questa fase evolutiva nelle ricerche artistiche del Carracci e, come in altre sue opere posteriori, si nota un più deciso superamento dell’idealismo, di matrice rinascimentale, per approdare ad uno stile che cerca nella padronanza della tecnica nuovi spunti per invenzioni più ardite. La tela ha una composizione che riprende e supera l’iconografia classica di questo soggetto in cui abitualmente il tema era sviluppato su tre livelli: quello superiore, divino, quello inferiore, terreno, e quello intermedio dove si vedeva il transito della Madonna, con tutto il corpo, dalla Terra al Cielo. Carracci invece crea una composizione più unitaria con i tre livelli che si intrecciano tra loro: la composizione è apparentemente piramidale, ma con un motivo a “V” creato dalle due ali di persone, gli apostoli, che si dispongono ai lati della Madonna. La Vergine, a sua volta, con le braccia aperte assume una forma triangolare che si va precisamente ad incuneare nella “V” formata dalle persone. Il dinamismo della composizione, la varietà degli scorci nonché la variegata gamma cromatica che l’artista usa, ne fanno un’opera che esprime una sensibilità che è già di matrice barocca. Molto spesso è stato sottolineato il contrasto tra il classicismo eclettico di Annibale Carracci e l'anticlassicismo rigoristico del Caravaggio: in realtà ambedue si contrappongono al gusto manieristico, il primo proponendosi di restaurare il classicismo cinquecentesco, il secondo mirando a un totale rinnovamento dei contenuti e delle forme.

ORARI:

Giorni feriali 7:15-12:30 / 16:00-19:00
Venerdì-sabato: 7:30-19:00
Festivi 7:30-13:30 / 16:30-19:30

 

La cappella Cerasi, situata nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, fu acquistata verso la fine del ‘500 da monsignor Tiberio Cerasi, tesoriere apostolico sotto il papato di Clemente VIII. Il Cerasi incaricò lo scultore architetto Carlo Maderno della ristrutturazione della cappella, mentre ne commissionò la decorazione pittorica a due degli artisti più richiesti di Roma: Michelangelo Merisi da Caravaggio e Annibale Carracci. I tre dipinti sono tuttora collocati all’interno della cappella: sulle pareti laterali son collocati rispettivamente la “Conversione di San Paolo” e la “Crocifissione di San Pietro” di Caravaggio, mentre sull’altare è posta la tela del Carracci raffigurante l'“Assunzione della Vergine”. La presenza nello stesso luogo di queste tre opere, consente un confronto tra le due tendenze fondamentali dell’arte romana agli inizi del Seicento.

Da un lato il naturalismo di Caravaggio, dall’altro l’idealismo classicheggiante di Annibale Carracci che qui apre già uno spiraglio verso il barocco. Quando, nel 1600, il Cerasi commissiona a Caravaggio le due tele per la cappella di famiglia, l’artista aveva già dato prova del suo talento rivoluzionario nei dipinti per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi e, nonostante le sue composizioni spesso attirassero critiche e turbamento, nondimeno suscitavano l’apprezzamento dei dilettanti d’arte. Nel corso dei due anni che seguirono all’affidamento dell’incarico, Caravaggio realizzò ben due versioni per ciascun soggetto. La prima redazione dei dipinti, realizzati su tavola di cipresso, come da richiesta del committente, erano già pronti nel 1601, anno in cui morì il Cerasi, ma dato che la ristrutturazione della cappella non era ancora stata completata, rimasero nello studio dell’artista in attesa di poter essere collocati. Successivamente, in virtù di un nuovo accordo con gli eredi del Cerasi, Caravaggio ottenne di poter realizzare una seconda versione su tela di entrambi i dipinti. Probabilmente ritenne la prima redazione inadeguata al nuovo spazio architettonico, ridotto dall’intervento di ristrutturazione operato del Maderno. La “Crocifissione di san Pietro” ha un impianto molto solido, e tutta la scena ha un vigore notevole. Il taglio del quadro è decisamente innovativo, con la scelta di comprimere l’immagine in un angolo visivo ristrettissimo che non riesce a contenere neppure tutta la croce. Come è noto, al momento del martirio, san Pietro, che doveva essere crocifisso, chiese, per essere inferiore a Gesù, di essere crocifisso a testa in giù. I tre uomini, indaffarati intorno alla croce, attendono al loro compito e sembrano più degli operai che dei carnefici. San Pietro è disteso a testa in giù sulla croce, e appare di un’umanità tragica: è un povero vecchio in carne ed ossa, al quale viene imposto l’incredibile supplizio di essere inchiodato mani e piedi a delle assi di legno. Non c’è nessuna dimensione trascendentale in questa immagine: lo sgomento che produce è la sensazione del dolore vero. Il tutto viene ancora più drammatizzato da un’oscurità diffusa, in cui la luce entra ad illuminare alcune parti: investe la croce e il santo, entrambi simbolo della fondazione e della costruzione della Chiesa, attraverso il martirio del suo fondatore. La luce altresì investe i carnefici, qui raffigurati non come aguzzini che agiscono in maniera brutalmente gratuita, ma come uomini semplici, costretti ad un lavoro faticoso. Nella Conversione di San Paolo, la scena racconta il momento in cui Gesù appare a Paolo sulla via di Damasco, sotto la forma di una luce accecante, e gli ordina di desistere dal perseguitarlo, esortandolo a diventare suo “ministro e testimone”. Nel dipinto regna una calma e un silenzio assoluti. San Paolo, vestito da legionario romano, è appena caduto da cavallo. Ad investirlo è un fascio di luce salvifica, metafora della grazia divina, che lui accoglie ad occhi chiusi e braccia spalancate. Anche per questo dipinto, come in altre opere future (ad es. la Madonna dei Pellegrini), Caravaggio stravolge l’iconografia tradizionale e occupa i tre quarti del dipinto dal cavallo, visto da tergo. La luce che irrompe nell’oscurità e illumina il fulcro della scena, ne aumenta l’intensità drammatica. La prima versione di entrambi i dipinti caravaggeschi invece sono andate incontro ad una sorte movimentata. Dapprima furono acquistate dal Cardinale Giacomo Sannesio, che li vendette poi allo spagnolo Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, nono Almirante di Castiglia e Viceré di Sicilia e di Napoli fino al 1646, che le portò con sé a Madrid nel 1647. La “Conversione di San Paolo” fu successivamente venduta al nobile genovese Agostino Ayrolo e poi al cognato Francesco Maria Balbi. Per via ereditaria finì nella raccolta della principessa Vittoria Odescalchi-Balbi di Piovera, ed ancora per discendenza alla famiglia Odescalchi di Roma, che oggi la possiede. Non si conosce invece la sorte della “Crocefissione di San Pietro”, attestata ancora nel 1691 nella collezione di Madrid. Annibale Carracci era giunto a Roma nel 1595 alcuni anni dopo Caravaggio, ma essendo più anziano dell’artista lombardo, aveva già raggiunto una certa maturità artistica e fama. Il percorso formativo compiuto dal Carracci, basato sullo studio dei pittori veneti e bolognesi, lo avevano condotto ad un'interpretazione profondamente classica della natura, mediata attraverso la pittura del Cinquecento. Ma a Roma, il contatto con l'opera di Raffaello e l'arte antica, fu da stimolo per l’elaborazione di grandi composizioni caratterizzate da una maggiore libertà inventiva, e da un’armoniosa sintesi tra mondo naturale e tradizione classica. L’“Assunzione della Vergine” per la cappella Cerasi, costituisce un tappa di questa fase evolutiva nelle ricerche artistiche del Carracci e, come in altre sue opere posteriori, si nota un più deciso superamento dell’idealismo, di matrice rinascimentale, per approdare ad uno stile che cerca nella padronanza della tecnica nuovi spunti per invenzioni più ardite. La tela ha una composizione che riprende e supera l’iconografia classica di questo soggetto in cui abitualmente il tema era sviluppato su tre livelli: quello superiore, divino, quello inferiore, terreno, e quello intermedio dove si vedeva il transito della Madonna, con tutto il corpo, dalla Terra al Cielo. Carracci invece crea una composizione più unitaria con i tre livelli che si intrecciano tra loro: la composizione è apparentemente piramidale, ma con un motivo a “V” creato dalle due ali di persone, gli apostoli, che si dispongono ai lati della Madonna. La Vergine, a sua volta, con le braccia aperte assume una forma triangolare che si va precisamente ad incuneare nella “V” formata dalle persone. Il dinamismo della composizione, la varietà degli scorci nonché la variegata gamma cromatica che l’artista usa, ne fanno un’opera che esprime una sensibilità che è già di matrice barocca. Molto spesso è stato sottolineato il contrasto tra il classicismo eclettico di Annibale Carracci e l'anticlassicismo rigoristico del Caravaggio: in realtà ambedue si contrappongono al gusto manieristico, il primo proponendosi di restaurare il classicismo cinquecentesco, il secondo mirando a un totale rinnovamento dei contenuti e delle forme.

ORARI:

Giorni feriali 7:15-12:30 / 16:00-19:00
Venerdì-sabato: 7:30-19:00
Festivi 7:30-13:30 / 16:30-19:30

 

41.91147826252729,12.476333207409652,17

La cappella Cerasi, situata nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, fu acquistata verso la fine del ‘500 da monsignor Tiberio Cerasi, tesoriere apostolico sotto il papato di Clemente VIII. Il Cerasi incaricò lo scultore architetto Carlo Maderno della ristrutturazione della cappella, mentre ne commissionò la decorazione pittorica a due degli artisti più richiesti di Roma: Michelangelo Merisi da Caravaggio e Annibale Carracci. I tre dipinti sono tuttora collocati all’interno della cappella: sulle pareti laterali son collocati rispettivamente la “Conversione di San Paolo” e la “Crocifissione di San Pietro” di Caravaggio, mentre sull’altare è posta la tela del Carracci raffigurante l'“Assunzione della Vergine”. La presenza nello stesso luogo di queste tre opere, consente un confronto tra le due tendenze fondamentali dell’arte romana agli inizi del Seicento.

Da un lato il naturalismo di Caravaggio, dall’altro l’idealismo classicheggiante di Annibale Carracci che qui apre già uno spiraglio verso il barocco. Quando, nel 1600, il Cerasi commissiona a Caravaggio le due tele per la cappella di famiglia, l’artista aveva già dato prova del suo talento rivoluzionario nei dipinti per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi e, nonostante le sue composizioni spesso attirassero critiche e turbamento, nondimeno suscitavano l’apprezzamento dei dilettanti d’arte. Nel corso dei due anni che seguirono all’affidamento dell’incarico, Caravaggio realizzò ben due versioni per ciascun soggetto. La prima redazione dei dipinti, realizzati su tavola di cipresso, come da richiesta del committente, erano già pronti nel 1601, anno in cui morì il Cerasi, ma dato che la ristrutturazione della cappella non era ancora stata completata, rimasero nello studio dell’artista in attesa di poter essere collocati. Successivamente, in virtù di un nuovo accordo con gli eredi del Cerasi, Caravaggio ottenne di poter realizzare una seconda versione su tela di entrambi i dipinti. Probabilmente ritenne la prima redazione inadeguata al nuovo spazio architettonico, ridotto dall’intervento di ristrutturazione operato del Maderno. La “Crocifissione di san Pietro” ha un impianto molto solido, e tutta la scena ha un vigore notevole. Il taglio del quadro è decisamente innovativo, con la scelta di comprimere l’immagine in un angolo visivo ristrettissimo che non riesce a contenere neppure tutta la croce. Come è noto, al momento del martirio, san Pietro, che doveva essere crocifisso, chiese, per essere inferiore a Gesù, di essere crocifisso a testa in giù. I tre uomini, indaffarati intorno alla croce, attendono al loro compito e sembrano più degli operai che dei carnefici. San Pietro è disteso a testa in giù sulla croce, e appare di un’umanità tragica: è un povero vecchio in carne ed ossa, al quale viene imposto l’incredibile supplizio di essere inchiodato mani e piedi a delle assi di legno. Non c’è nessuna dimensione trascendentale in questa immagine: lo sgomento che produce è la sensazione del dolore vero. Il tutto viene ancora più drammatizzato da un’oscurità diffusa, in cui la luce entra ad illuminare alcune parti: investe la croce e il santo, entrambi simbolo della fondazione e della costruzione della Chiesa, attraverso il martirio del suo fondatore. La luce altresì investe i carnefici, qui raffigurati non come aguzzini che agiscono in maniera brutalmente gratuita, ma come uomini semplici, costretti ad un lavoro faticoso. Nella Conversione di San Paolo, la scena racconta il momento in cui Gesù appare a Paolo sulla via di Damasco, sotto la forma di una luce accecante, e gli ordina di desistere dal perseguitarlo, esortandolo a diventare suo “ministro e testimone”. Nel dipinto regna una calma e un silenzio assoluti. San Paolo, vestito da legionario romano, è appena caduto da cavallo. Ad investirlo è un fascio di luce salvifica, metafora della grazia divina, che lui accoglie ad occhi chiusi e braccia spalancate. Anche per questo dipinto, come in altre opere future (ad es. la Madonna dei Pellegrini), Caravaggio stravolge l’iconografia tradizionale e occupa i tre quarti del dipinto dal cavallo, visto da tergo. La luce che irrompe nell’oscurità e illumina il fulcro della scena, ne aumenta l’intensità drammatica. La prima versione di entrambi i dipinti caravaggeschi invece sono andate incontro ad una sorte movimentata. Dapprima furono acquistate dal Cardinale Giacomo Sannesio, che li vendette poi allo spagnolo Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, nono Almirante di Castiglia e Viceré di Sicilia e di Napoli fino al 1646, che le portò con sé a Madrid nel 1647. La “Conversione di San Paolo” fu successivamente venduta al nobile genovese Agostino Ayrolo e poi al cognato Francesco Maria Balbi. Per via ereditaria finì nella raccolta della principessa Vittoria Odescalchi-Balbi di Piovera, ed ancora per discendenza alla famiglia Odescalchi di Roma, che oggi la possiede. Non si conosce invece la sorte della “Crocefissione di San Pietro”, attestata ancora nel 1691 nella collezione di Madrid. Annibale Carracci era giunto a Roma nel 1595 alcuni anni dopo Caravaggio, ma essendo più anziano dell’artista lombardo, aveva già raggiunto una certa maturità artistica e fama. Il percorso formativo compiuto dal Carracci, basato sullo studio dei pittori veneti e bolognesi, lo avevano condotto ad un'interpretazione profondamente classica della natura, mediata attraverso la pittura del Cinquecento. Ma a Roma, il contatto con l'opera di Raffaello e l'arte antica, fu da stimolo per l’elaborazione di grandi composizioni caratterizzate da una maggiore libertà inventiva, e da un’armoniosa sintesi tra mondo naturale e tradizione classica. L’“Assunzione della Vergine” per la cappella Cerasi, costituisce un tappa di questa fase evolutiva nelle ricerche artistiche del Carracci e, come in altre sue opere posteriori, si nota un più deciso superamento dell’idealismo, di matrice rinascimentale, per approdare ad uno stile che cerca nella padronanza della tecnica nuovi spunti per invenzioni più ardite. La tela ha una composizione che riprende e supera l’iconografia classica di questo soggetto in cui abitualmente il tema era sviluppato su tre livelli: quello superiore, divino, quello inferiore, terreno, e quello intermedio dove si vedeva il transito della Madonna, con tutto il corpo, dalla Terra al Cielo. Carracci invece crea una composizione più unitaria con i tre livelli che si intrecciano tra loro: la composizione è apparentemente piramidale, ma con un motivo a “V” creato dalle due ali di persone, gli apostoli, che si dispongono ai lati della Madonna. La Vergine, a sua volta, con le braccia aperte assume una forma triangolare che si va precisamente ad incuneare nella “V” formata dalle persone. Il dinamismo della composizione, la varietà degli scorci nonché la variegata gamma cromatica che l’artista usa, ne fanno un’opera che esprime una sensibilità che è già di matrice barocca. Molto spesso è stato sottolineato il contrasto tra il classicismo eclettico di Annibale Carracci e l'anticlassicismo rigoristico del Caravaggio: in realtà ambedue si contrappongono al gusto manieristico, il primo proponendosi di restaurare il classicismo cinquecentesco, il secondo mirando a un totale rinnovamento dei contenuti e delle forme.

ORARI:

Giorni feriali 7:15-12:30 / 16:00-19:00
Venerdì-sabato: 7:30-19:00
Festivi 7:30-13:30 / 16:30-19:30

 

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