I tre “Caravaggio” della Cappella Contarelli

Piazza di San Luigi de' Francesi, Roma

Caravaggio ricevette importanti commissioni pubbliche durante il periodo in cui soggiornò a Roma (1592-1606), la prima delle quali fu la realizzazione delle tele ispirate alla storia di San Matteo, ad ornamento della Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Il programma iconografico era stato elaborato dal cardinale Mathieu Cointrel (poi italianizzato in Contarelli), che aveva acquistato la cappella nel 1565. Il cardinale nutrì da subito il desiderio di decorarla con dipinti che raffigurassero le storie del santo di cui portava il nome: Matteo. Inizialmente l’impresa era stata affidata al pittore bresciano Girolamo Muziano ma, alla morte del Cointrel, alcun dipinto era stato realizzato. Gli eredi, decisi a proseguire l’opera del predecessore, nel 1591 affidarono l’incarico a Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino, il quale però realizzò solamente la decorazione della volta, rescindendo nel 1593 il contratto. Fu grazie alla sollecitazione del Cardinal Del Monte che Caravaggio ricevette dagli eredi l’incarico di completare l’impresa. Tra il 1599 e il 1600, l’artista realizzò due tele raffiguranti la “Vocazione” e il “Martirio”, collocate rispettivamente sulle pareti laterali della cappella, mentre per la pala d’altare realizzo ben due versioni, raffiguranti “San Matteo e l’Angelo”; quella attualmente esposta nella cappella è la seconda, eseguita nel 1602. Nella “Vocazione di San Matteo”, Caravaggio rappresenta il momento della chiamata in una maniera inedita e quasi spregiudicata, trasformandola in una scena dei suoi tempi e vestendo i personaggi in abiti seicenteschi. L’episodio sembra ambientato in una taverna romana: Matteo è seduto ad un tavolo insieme ad altri compagni, alcuni dei quali intenti a contare moneta. Sebbene Matteo fosse un gabelliere e agente di cambio, e questo spiegherebbe la presenza del denaro, la scena sembra quella di una partita d’azzardo. Ma il vero protagonista del dipinto è la luce, che entra diagonalmente da destra, seguendo il gesto di Gesù, la cui figura rimane in penombra insieme a quella di Pietro che gli sta accanto, finisce coll’illuminare un Matteo sorpreso e dubbioso. La luce ha una funzione salvifica, interrompe Matteo dal suo lavoro e dalle tentazioni implicite in un’attività in cui si maneggiano dei soldi, quella appunto del gioco, richiamandolo ad un più elevato impegno morale. Nel “Martirio di San Matteo”, Caravaggio ambienta l’episodio all’interno di uno spazio architettonico poco definito se non da alcuni elementi: l’altare sopra la croce e il fonte battesimale. Nella Legenda Aurea – testo del XIII secolo di Jacopo da Varazze che raccoglie le vite dei santi - si narra che Matteo fosse stato assassinato dentro una chiesa. Nel dipinto la luce irrompe da sinistra ad illuminare il centro del dipinto, dove si svolge la scena principale: la figura di San Matteo giace a terra, dopo essere stato colpito dal suo carnefice, il personaggio seminudo che sta in piedi, davanti a Matteo, e gli tiene bloccato un braccio, pronto a colpire nuovamente. In alto a destra un angelo si sporge da una nuvola per tendere a Matteo la palma del martirio, mentre tutt’intorno sono collocati vari personaggi, testimoni dell’uccisione: due personaggi seminudi, probabilmente battezzanti, uno volto in avanti e l’altro presentato con uno scorcio ardito; un fanciullo scappa urlando sulla destra, mentre altri uomini assumono posture e compiono gesti da cui traspare tutto l’orrore e la tensione per essere testimoni di una scena simile. Lo stesso Caravaggio si ritrae nel personaggio in fondo a sinistra che osserva con sguardo pietoso la scena. Anche in questo dipinto Caravaggio cala l’episodio sacro in una realtà a lui coeva, amplificandone la veridicità narrativa e la forza emotiva. La luce rischiara i personaggi centrali – San Matteo e il suo sicario – caricando la scena di una forte tensione drammatica: nel Santo, su cui è calata la grazia divina, ne sottolinea la serena accettazione del martirio, mentre nel carnefice ne evidenzia la forza contratta e la brutalità del gesto. Per la pala d’altare, raffigurante “San Matteo e l’Angelo”, Caravaggio aveva realizzato una prima versione prima della “Vocazione” e del “Martirio”. In questa prima redazione il Santo siede di sbieco su una sedia, con le gambe nude accavallate, per meglio poter sostenere il libro che ha davanti. Ha una veste umile e la manica è più volte rimboccata sul braccio destro, quasi a denunciare l’abitudine del sant’uomo a lavori ben più pesanti e ingrati, rispetto a quello della scrittura. Appare impacciato e a disagio di fronte al difficile compito di narrare la vita di Cristo nella parte del vangelo che porterà il suo nome. La fronte aggrottata tradisce lo stupore e quasi la timidezza per l’apparizione dell’angelo che giunge in suo soccorso, ad alleggerirlo dal gravoso compito, guidando la sua mano sul libro. Le due figure sono fra loro in contrasto stridente: tanto è luminoso, bello, dalle forme delicate ed eleganti l’angelo, quanto è ombroso, dall’aspetto grossolano e dalle forme rozze San Matteo. La composizione non incontrò il plauso dei sacerdoti di San Luigi, che reputarono la composizione poco adatta ad un soggetto sacro e indecorosa per una pala d’altare. Tuttavia fu proprio Caravaggio, in occasione del nuovo incarico per le altre due tele, a chiedere di poterlo sostituire con una seconda invenzione che meglio si accompagnasse, anche nelle proporzioni, agli altri dipinti. Il quadro venne rimosso e acquistato dal marchese Vincenzo Giustiniani, estimatore e protettore dell’artista. Nel 1815, con la vendita della collezione Giustiniani da parte degli eredi, passo al Kaiser Friedrich Museum di Berlino, per poi andare distrutto nei bombardamenti della città durante la seconda guerra mondiale. Nella seconda versione del “San Matteo e l’Angelo”, quella appunto che si conserva nella cappella Contarelli, Caravaggio cambia completamente registro e fa più di una concessione al “decoro” richiesto dai tempi e dal luogo. Il Santo è avvolto in un manto che ricade in basso con una falda lunga, conferendogli un aspetto sobrio ma elegante. Le mani non sono più quelle rozze del primo dipinto, ma sono curate e hanno dita lunghe, sono le mani di uno scrittore, adeguate a chi sta per raccontare la vita di Cristo. San Matteo non è seduto, ma in piedi, e appoggia un ginocchio sullo sgabello per meglio elevarsi verso l’angelo, collocato in alto a destra. Con la testa rivolta verso l’apparizione angelica, ne ascolta attento la parola, pronto a trascriverla sul libro posto sullo scrittoio. Le due figure, non più in contrasto come nel precedente, si armonizzano perfettamente in una composizione piena di equilibrio.

Caravaggio ricevette importanti commissioni pubbliche durante il periodo in cui soggiornò a Roma (1592-1606), la prima delle quali fu la realizzazione delle tele ispirate alla storia di San Matteo, ad ornamento della Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Il programma iconografico era stato elaborato dal cardinale Mathieu Cointrel (poi italianizzato in Contarelli), che aveva acquistato la cappella nel 1565. Il cardinale nutrì da subito il desiderio di decorarla con dipinti che raffigurassero le storie del santo di cui portava il nome: Matteo. Inizialmente l’impresa era stata affidata al pittore bresciano Girolamo Muziano ma, alla morte del Cointrel, alcun dipinto era stato realizzato. Gli eredi, decisi a proseguire l’opera del predecessore, nel 1591 affidarono l’incarico a Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino, il quale però realizzò solamente la decorazione della volta, rescindendo nel 1593 il contratto. Fu grazie alla sollecitazione del Cardinal Del Monte che Caravaggio ricevette dagli eredi l’incarico di completare l’impresa. Tra il 1599 e il 1600, l’artista realizzò due tele raffiguranti la “Vocazione” e il “Martirio”, collocate rispettivamente sulle pareti laterali della cappella, mentre per la pala d’altare realizzo ben due versioni, raffiguranti “San Matteo e l’Angelo”; quella attualmente esposta nella cappella è la seconda, eseguita nel 1602. Nella “Vocazione di San Matteo”, Caravaggio rappresenta il momento della chiamata in una maniera inedita e quasi spregiudicata, trasformandola in una scena dei suoi tempi e vestendo i personaggi in abiti seicenteschi. L’episodio sembra ambientato in una taverna romana: Matteo è seduto ad un tavolo insieme ad altri compagni, alcuni dei quali intenti a contare moneta. Sebbene Matteo fosse un gabelliere e agente di cambio, e questo spiegherebbe la presenza del denaro, la scena sembra quella di una partita d’azzardo. Ma il vero protagonista del dipinto è la luce, che entra diagonalmente da destra, seguendo il gesto di Gesù, la cui figura rimane in penombra insieme a quella di Pietro che gli sta accanto, finisce coll’illuminare un Matteo sorpreso e dubbioso. La luce ha una funzione salvifica, interrompe Matteo dal suo lavoro e dalle tentazioni implicite in un’attività in cui si maneggiano dei soldi, quella appunto del gioco, richiamandolo ad un più elevato impegno morale. Nel “Martirio di San Matteo”, Caravaggio ambienta l’episodio all’interno di uno spazio architettonico poco definito se non da alcuni elementi: l’altare sopra la croce e il fonte battesimale. Nella Legenda Aurea – testo del XIII secolo di Jacopo da Varazze che raccoglie le vite dei santi - si narra che Matteo fosse stato assassinato dentro una chiesa. Nel dipinto la luce irrompe da sinistra ad illuminare il centro del dipinto, dove si svolge la scena principale: la figura di San Matteo giace a terra, dopo essere stato colpito dal suo carnefice, il personaggio seminudo che sta in piedi, davanti a Matteo, e gli tiene bloccato un braccio, pronto a colpire nuovamente. In alto a destra un angelo si sporge da una nuvola per tendere a Matteo la palma del martirio, mentre tutt’intorno sono collocati vari personaggi, testimoni dell’uccisione: due personaggi seminudi, probabilmente battezzanti, uno volto in avanti e l’altro presentato con uno scorcio ardito; un fanciullo scappa urlando sulla destra, mentre altri uomini assumono posture e compiono gesti da cui traspare tutto l’orrore e la tensione per essere testimoni di una scena simile. Lo stesso Caravaggio si ritrae nel personaggio in fondo a sinistra che osserva con sguardo pietoso la scena. Anche in questo dipinto Caravaggio cala l’episodio sacro in una realtà a lui coeva, amplificandone la veridicità narrativa e la forza emotiva. La luce rischiara i personaggi centrali – San Matteo e il suo sicario – caricando la scena di una forte tensione drammatica: nel Santo, su cui è calata la grazia divina, ne sottolinea la serena accettazione del martirio, mentre nel carnefice ne evidenzia la forza contratta e la brutalità del gesto. Per la pala d’altare, raffigurante “San Matteo e l’Angelo”, Caravaggio aveva realizzato una prima versione prima della “Vocazione” e del “Martirio”. In questa prima redazione il Santo siede di sbieco su una sedia, con le gambe nude accavallate, per meglio poter sostenere il libro che ha davanti. Ha una veste umile e la manica è più volte rimboccata sul braccio destro, quasi a denunciare l’abitudine del sant’uomo a lavori ben più pesanti e ingrati, rispetto a quello della scrittura. Appare impacciato e a disagio di fronte al difficile compito di narrare la vita di Cristo nella parte del vangelo che porterà il suo nome. La fronte aggrottata tradisce lo stupore e quasi la timidezza per l’apparizione dell’angelo che giunge in suo soccorso, ad alleggerirlo dal gravoso compito, guidando la sua mano sul libro. Le due figure sono fra loro in contrasto stridente: tanto è luminoso, bello, dalle forme delicate ed eleganti l’angelo, quanto è ombroso, dall’aspetto grossolano e dalle forme rozze San Matteo. La composizione non incontrò il plauso dei sacerdoti di San Luigi, che reputarono la composizione poco adatta ad un soggetto sacro e indecorosa per una pala d’altare. Tuttavia fu proprio Caravaggio, in occasione del nuovo incarico per le altre due tele, a chiedere di poterlo sostituire con una seconda invenzione che meglio si accompagnasse, anche nelle proporzioni, agli altri dipinti. Il quadro venne rimosso e acquistato dal marchese Vincenzo Giustiniani, estimatore e protettore dell’artista. Nel 1815, con la vendita della collezione Giustiniani da parte degli eredi, passo al Kaiser Friedrich Museum di Berlino, per poi andare distrutto nei bombardamenti della città durante la seconda guerra mondiale. Nella seconda versione del “San Matteo e l’Angelo”, quella appunto che si conserva nella cappella Contarelli, Caravaggio cambia completamente registro e fa più di una concessione al “decoro” richiesto dai tempi e dal luogo. Il Santo è avvolto in un manto che ricade in basso con una falda lunga, conferendogli un aspetto sobrio ma elegante. Le mani non sono più quelle rozze del primo dipinto, ma sono curate e hanno dita lunghe, sono le mani di uno scrittore, adeguate a chi sta per raccontare la vita di Cristo. San Matteo non è seduto, ma in piedi, e appoggia un ginocchio sullo sgabello per meglio elevarsi verso l’angelo, collocato in alto a destra. Con la testa rivolta verso l’apparizione angelica, ne ascolta attento la parola, pronto a trascriverla sul libro posto sullo scrittoio. Le due figure, non più in contrasto come nel precedente, si armonizzano perfettamente in una composizione piena di equilibrio.

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Caravaggio ricevette importanti commissioni pubbliche durante il periodo in cui soggiornò a Roma (1592-1606), la prima delle quali fu la realizzazione delle tele ispirate alla storia di San Matteo, ad ornamento della Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Il programma iconografico era stato elaborato dal cardinale Mathieu Cointrel (poi italianizzato in Contarelli), che aveva acquistato la cappella nel 1565. Il cardinale nutrì da subito il desiderio di decorarla con dipinti che raffigurassero le storie del santo di cui portava il nome: Matteo. Inizialmente l’impresa era stata affidata al pittore bresciano Girolamo Muziano ma, alla morte del Cointrel, alcun dipinto era stato realizzato. Gli eredi, decisi a proseguire l’opera del predecessore, nel 1591 affidarono l’incarico a Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino, il quale però realizzò solamente la decorazione della volta, rescindendo nel 1593 il contratto. Fu grazie alla sollecitazione del Cardinal Del Monte che Caravaggio ricevette dagli eredi l’incarico di completare l’impresa. Tra il 1599 e il 1600, l’artista realizzò due tele raffiguranti la “Vocazione” e il “Martirio”, collocate rispettivamente sulle pareti laterali della cappella, mentre per la pala d’altare realizzo ben due versioni, raffiguranti “San Matteo e l’Angelo”; quella attualmente esposta nella cappella è la seconda, eseguita nel 1602. Nella “Vocazione di San Matteo”, Caravaggio rappresenta il momento della chiamata in una maniera inedita e quasi spregiudicata, trasformandola in una scena dei suoi tempi e vestendo i personaggi in abiti seicenteschi. L’episodio sembra ambientato in una taverna romana: Matteo è seduto ad un tavolo insieme ad altri compagni, alcuni dei quali intenti a contare moneta. Sebbene Matteo fosse un gabelliere e agente di cambio, e questo spiegherebbe la presenza del denaro, la scena sembra quella di una partita d’azzardo. Ma il vero protagonista del dipinto è la luce, che entra diagonalmente da destra, seguendo il gesto di Gesù, la cui figura rimane in penombra insieme a quella di Pietro che gli sta accanto, finisce coll’illuminare un Matteo sorpreso e dubbioso. La luce ha una funzione salvifica, interrompe Matteo dal suo lavoro e dalle tentazioni implicite in un’attività in cui si maneggiano dei soldi, quella appunto del gioco, richiamandolo ad un più elevato impegno morale. Nel “Martirio di San Matteo”, Caravaggio ambienta l’episodio all’interno di uno spazio architettonico poco definito se non da alcuni elementi: l’altare sopra la croce e il fonte battesimale. Nella Legenda Aurea – testo del XIII secolo di Jacopo da Varazze che raccoglie le vite dei santi - si narra che Matteo fosse stato assassinato dentro una chiesa. Nel dipinto la luce irrompe da sinistra ad illuminare il centro del dipinto, dove si svolge la scena principale: la figura di San Matteo giace a terra, dopo essere stato colpito dal suo carnefice, il personaggio seminudo che sta in piedi, davanti a Matteo, e gli tiene bloccato un braccio, pronto a colpire nuovamente. In alto a destra un angelo si sporge da una nuvola per tendere a Matteo la palma del martirio, mentre tutt’intorno sono collocati vari personaggi, testimoni dell’uccisione: due personaggi seminudi, probabilmente battezzanti, uno volto in avanti e l’altro presentato con uno scorcio ardito; un fanciullo scappa urlando sulla destra, mentre altri uomini assumono posture e compiono gesti da cui traspare tutto l’orrore e la tensione per essere testimoni di una scena simile. Lo stesso Caravaggio si ritrae nel personaggio in fondo a sinistra che osserva con sguardo pietoso la scena. Anche in questo dipinto Caravaggio cala l’episodio sacro in una realtà a lui coeva, amplificandone la veridicità narrativa e la forza emotiva. La luce rischiara i personaggi centrali – San Matteo e il suo sicario – caricando la scena di una forte tensione drammatica: nel Santo, su cui è calata la grazia divina, ne sottolinea la serena accettazione del martirio, mentre nel carnefice ne evidenzia la forza contratta e la brutalità del gesto. Per la pala d’altare, raffigurante “San Matteo e l’Angelo”, Caravaggio aveva realizzato una prima versione prima della “Vocazione” e del “Martirio”. In questa prima redazione il Santo siede di sbieco su una sedia, con le gambe nude accavallate, per meglio poter sostenere il libro che ha davanti. Ha una veste umile e la manica è più volte rimboccata sul braccio destro, quasi a denunciare l’abitudine del sant’uomo a lavori ben più pesanti e ingrati, rispetto a quello della scrittura. Appare impacciato e a disagio di fronte al difficile compito di narrare la vita di Cristo nella parte del vangelo che porterà il suo nome. La fronte aggrottata tradisce lo stupore e quasi la timidezza per l’apparizione dell’angelo che giunge in suo soccorso, ad alleggerirlo dal gravoso compito, guidando la sua mano sul libro. Le due figure sono fra loro in contrasto stridente: tanto è luminoso, bello, dalle forme delicate ed eleganti l’angelo, quanto è ombroso, dall’aspetto grossolano e dalle forme rozze San Matteo. La composizione non incontrò il plauso dei sacerdoti di San Luigi, che reputarono la composizione poco adatta ad un soggetto sacro e indecorosa per una pala d’altare. Tuttavia fu proprio Caravaggio, in occasione del nuovo incarico per le altre due tele, a chiedere di poterlo sostituire con una seconda invenzione che meglio si accompagnasse, anche nelle proporzioni, agli altri dipinti. Il quadro venne rimosso e acquistato dal marchese Vincenzo Giustiniani, estimatore e protettore dell’artista. Nel 1815, con la vendita della collezione Giustiniani da parte degli eredi, passo al Kaiser Friedrich Museum di Berlino, per poi andare distrutto nei bombardamenti della città durante la seconda guerra mondiale. Nella seconda versione del “San Matteo e l’Angelo”, quella appunto che si conserva nella cappella Contarelli, Caravaggio cambia completamente registro e fa più di una concessione al “decoro” richiesto dai tempi e dal luogo. Il Santo è avvolto in un manto che ricade in basso con una falda lunga, conferendogli un aspetto sobrio ma elegante. Le mani non sono più quelle rozze del primo dipinto, ma sono curate e hanno dita lunghe, sono le mani di uno scrittore, adeguate a chi sta per raccontare la vita di Cristo. San Matteo non è seduto, ma in piedi, e appoggia un ginocchio sullo sgabello per meglio elevarsi verso l’angelo, collocato in alto a destra. Con la testa rivolta verso l’apparizione angelica, ne ascolta attento la parola, pronto a trascriverla sul libro posto sullo scrittoio. Le due figure, non più in contrasto come nel precedente, si armonizzano perfettamente in una composizione piena di equilibrio.

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