Mulini galleggianti sul Tevere

Via di Ponte Quattro Capi, 6 Roma

Almeno a partire dal medioevo i mulini galleggianti costituivano un elemento caratteristico del paesaggio del Tevere. Lo storico bizantino Procopio ricorda già ai tempi di Belisario, nel VI secolo, l’utilizzo di mulini natanti che sfruttavano la corrente del fiume, situati presso l’isola Tiberina, che sostituirono nella produzione delle farine i molini cittadini, bloccati dalla mancanza dell’acqua corrente interrotta dall’assedio dei Goti. Nel tratto tra ponte Sisto e l’isola Tiberina fino all’Ottocento era distribuito il numero maggiore di mulini del Tevere, agevolati dal restringimento dell’alveo che creava una corrente più costante.

Considerati causa di danni per la rottura frequente degli ormeggi, i mulini, ancorati alla riva da lunghe catene di ferro, furono eliminati definitivamente dopo il 1870.

Erano costituiti da due imbarcazioni affiancate, tra le quali la grande ruota di legno sfruttava la forza della corrente per azionare le mole di pietra all’interno della struttura maggiore, verso la riva e sormontata da un casotto di legno con porte e finestre, con una croce che indicava la vicina chiesa dalla quale in genere la mola traeva il nome. Una fila di pali conficcati nel letto del fiume, le passonate, incanalavano la corrente verso le mole.

Una scala con pontile, in parte fissa e in parte mobile, collegava la mola alla terraferma, dove era collocato un arco rampante in muratura con un pilastro. La corporazione dei molinari aveva sede presso la chiesa di San Bartolomeo sull’Isola tiberina.

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Almeno a partire dal medioevo i mulini galleggianti costituivano un elemento caratteristico del paesaggio del Tevere. Lo storico bizantino Procopio ricorda già ai tempi di Belisario, nel VI secolo, l’utilizzo di mulini natanti che sfruttavano la corrente del fiume, situati presso l’isola Tiberina, che sostituirono nella produzione delle farine i molini cittadini, bloccati dalla mancanza dell’acqua corrente interrotta dall’assedio dei Goti. Nel tratto tra ponte Sisto e l’isola Tiberina fino all’Ottocento era distribuito il numero maggiore di mulini del Tevere, agevolati dal restringimento dell’alveo che creava una corrente più costante.

Considerati causa di danni per la rottura frequente degli ormeggi, i mulini, ancorati alla riva da lunghe catene di ferro, furono eliminati definitivamente dopo il 1870.

Erano costituiti da due imbarcazioni affiancate, tra le quali la grande ruota di legno sfruttava la forza della corrente per azionare le mole di pietra all’interno della struttura maggiore, verso la riva e sormontata da un casotto di legno con porte e finestre, con una croce che indicava la vicina chiesa dalla quale in genere la mola traeva il nome. Una fila di pali conficcati nel letto del fiume, le passonate, incanalavano la corrente verso le mole.

Una scala con pontile, in parte fissa e in parte mobile, collegava la mola alla terraferma, dove era collocato un arco rampante in muratura con un pilastro. La corporazione dei molinari aveva sede presso la chiesa di San Bartolomeo sull’Isola tiberina.

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Almeno a partire dal medioevo i mulini galleggianti costituivano un elemento caratteristico del paesaggio del Tevere. Lo storico bizantino Procopio ricorda già ai tempi di Belisario, nel VI secolo, l’utilizzo di mulini natanti che sfruttavano la corrente del fiume, situati presso l’isola Tiberina, che sostituirono nella produzione delle farine i molini cittadini, bloccati dalla mancanza dell’acqua corrente interrotta dall’assedio dei Goti. Nel tratto tra ponte Sisto e l’isola Tiberina fino all’Ottocento era distribuito il numero maggiore di mulini del Tevere, agevolati dal restringimento dell’alveo che creava una corrente più costante.

Considerati causa di danni per la rottura frequente degli ormeggi, i mulini, ancorati alla riva da lunghe catene di ferro, furono eliminati definitivamente dopo il 1870.

Erano costituiti da due imbarcazioni affiancate, tra le quali la grande ruota di legno sfruttava la forza della corrente per azionare le mole di pietra all’interno della struttura maggiore, verso la riva e sormontata da un casotto di legno con porte e finestre, con una croce che indicava la vicina chiesa dalla quale in genere la mola traeva il nome. Una fila di pali conficcati nel letto del fiume, le passonate, incanalavano la corrente verso le mole.

Una scala con pontile, in parte fissa e in parte mobile, collegava la mola alla terraferma, dove era collocato un arco rampante in muratura con un pilastro. La corporazione dei molinari aveva sede presso la chiesa di San Bartolomeo sull’Isola tiberina.

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