Museo di Villa Borghese

Piazzale del Museo Borghese, 5 Roma
0632810/0632651329/068555952

Tra i numerosi artisti, autori di capolavori meravigliosi, che si possono ammirare nella Galleria Borghese ci piace parlare di Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Bernini e Canova e di alcune loro opere. E magari scoprire alcune particolarità come la strana storia della "Dama col liocorno" di Raffaello.

Di Raffaello Sanzio è l’olio su tavola, databile al 1505-1506 circa, “La Dama col liocorno”. L'opera è citata negli inventari Borghese sin dal 1760 con attribuzioni varie; nel 1916 Giulio Cantalamessa riconobbe per primo la diversa fattura di alcune parti del dipinto, che si rivelarono in effetti aggiunte successive. Infatti, prima di un restauro del 1935 l'opera presentava numerose ridipinture, dovute probabilmente al cattivo stato di conservazione, che ritraevano la donna raffigurata con gli attributi di santa Caterina d'Alessandria; anche le mani e il manto appartenevano a una mano diversa e successiva rispetto alla pittura originale. Infatti, le indagine diagnostiche, eseguite per contro della Galleria Borghese sul dipinto, hanno evidenziato che in origine il manto sulle spalle non esisteva, che la disposizione delle mani era diversa e che al posto dell'unicorno (o "liocorno"), simbolo della purezza verginale, la donna teneva in braccio un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale. Ortolani pose il dipinto in relazione con un disegno al Louvre, proponendo di identificare la donna ritratta in Maddalena Strozzi, moglie di Agnolo Doni, della quale però è meglio documentato il ritratto agli Uffizi, dalle fattezze diverse.

Del Tiziano (al secolo Tiziano Vecellio) è l’olio su tela, databile al 1515 circa, “L'Amor sacro e Amor profano”. Il titolo con cui l'opera è nota non è che uno di quelli arbitrariamente attribuiti dai curatori degli inventari e cataloghi della Borghese in particolare nel 1792 e nel 1833. Altri titoli susseguitisi nel tempo sono stati Beltà disornata e beltà ornata (1613), Tre Amori (1650), Amor profano e Amor divino (1693), Donna divina e donna profana (1700). Il soggetto del dipinto, nella sua ricchezza di elementi criptici, è tra i più studiati dell'intera storia dell'arte, e presuppone molteplici livelli di lettura. Anche in epoca moderna le ipotesi per decifrare il soggetto sono state molteplici. Wickoff (1895) pensò a Venere che persuade Medea come negli Argonauti di Valerio Flacco; Gerstfeld credette di riconoscere nella donna a sinistra Violante, la figlia di Palma il Vecchio sulla scorta di un suo presunto ritratto a Vienna; Amore celeste e amore umano per Wind.

Interessante la storia della committenza del dipinto. Lo stemma sulla fontana-sarcofago appartiene al gran cancelliere di Venezia Niccolò Aurelio, che fu il committente del dipinto per le sue nozze nel 1514 con Laura Bagarotto, il cui stemma è invece al centro del bacile argenteo vicino a Cupido. Il gran cancelliere, prima di sposare la donna, ne aveva mandato a morte il padre, Bertuccio Bagarotto, per accuse di alto tradimento, e a questa triste vicenda personale dovrebbe alludere il tema della morte esplicato dal sarcofago.

L'opera doveva essere non solo un importante dono di nozze e di riconciliazione con la moglie, ma anche un atto politico, simbolo dello splendore della sua casata presso i veneziani. Del Caravaggio possiamo ammirare il “Fanciullo con canestra di frutta”, il “Bacchino malato” e il “Davide con la testa di Golia”. Quando l’artista aveva 22-23 anni eseguì le prime due opere che sono state eseguite nel periodo in cui collaborò col Cavalier d'Arpino, dipingendo "fiori e frutti". L'ipotesi che il dipinto risalga a questo periodo sembrerebbe trovare conferma nel fatto che il “Fanciullo con la canestra di frutta” fu sequestrato assieme al “Bacchino malato” e al “Ragazzo che monda un frutto”: questi erano tutti dipinti che si trovavano nella bottega del Cavalier d'Arpino e, nel 1607, vennero requisiti dagli emissari di Papa Paolo V per motivi fiscali. Fu lo stesso papa a fare dono dei suddetti due dipinti al nipote cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, noto e avido collezionista. Fu così che i dipinti divennero parte della collezione dell'odierna Galleria Borghese.

Tuttavia, un’altra ipotesi è che ii dipinti possano risalire al periodo immediatamente successivo a quello della collaborazione con il Cavalier d'Arpino, e cioè a quando Caravaggio e il sedicenne pittore siciliano Mario Minniti sperarono di rendersi più autonomi fornendo dipinti al mercante d'arte Costantino. Sulla scia di questa proposta di datazione, è stato ipotizzato che il ragazzo ritratto nei dipinti sia proprio lo stesso Mario Minniti. Tuttavia, l'affascinante ipotesi non ha ancora trovato un definitivo riscontro documentale e, conseguentemente, l'identità del ragazzo è ad oggi ancora ignota. Nel “Bacchino malato”, il cui titolo è dovuto al colorito della pelle del soggetto, alcuni studiosi individuerebbero proprio un autoritratto dello stesso Caravaggio, eseguito durante la sua convalescenza in seguito al ricovero presso l'ospedale della Consolazione (l'ospedale dei poveri), avvenuto - sembra - per una ferita alla gamba causatagli dal calcio di un cavallo.

Circa il “Davide con la testa di Golia” dipinto negli ultimi anni di vita dell’artista, si fa notare un’interessante e recente interpretazione di Sergio Rossi ("Arte come fatica di mente", Lithos editrice, Roma 2012, pp. 110 e ss.), per cui il dipinto sarebbe in realtà un doppio autoritratto, anzi più precisamente una doppia autoidentificazione: il Merisi si rappresenta cioè sia nei panni di Golia che in quelli di David, sorta di immagine idealizzata del pittore adolescente. Lo confermano i confronti tra questa figura, il "Bacchino malato" della Galleria Borghese di Roma e l'uomo raffigurato tra la folla del "Martirio di S. Matteo" in S. Luigi dei Francesi. In sostanza, secondo questa interpretazione, il David-Caravaggio non ancora toccato dal peccato uccide il Golia-Caravaggio ormai peccatore incallito secondo un'ottica espiativa che ben si accorda con il carattere del dipinto, molto probabilmente inviato a Roma al cardinale Scipione Borghese a supporto della domanda di grazia che, paradosso dei paradossi, raggiungerà in effetti Caravaggio proprio insieme alla morte. Del Bernini, al Museo Borghese, si osservano numerose sculture tra cui l’ ”Apollo e Dafne”, il “Ratto di Proserpina” e “La Verità”. Le prime due sculture sono state eseguite per Scipione Borghese quando aveva 23-27 anni rivelando una grande bravura che egli stesso, ammirando l’Apollo e Dafne, evidenziò: "Oh quanto poco profitto ho fatto io nell'arte della scultura in un sì lungo corso di anni, mentre io conosco che da fanciullo maneggiavo il marmo in questo modo!". La Verità, invece, fu realizzata da Bernini per sé e per i suoi eredi; in particolare, la realizzò, verso la metà del 1600 quando aveva circa 50 anni, in un periodo difficile della sua carriera, culminato con l'abbattimento di uno dei campanili da lui progettati per la Basilica di San Pietro e con l'elezione al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj, che gli preferì come architetto il “rivale” Francesco Borromini. La statua faceva parte del gruppo scultoreo, rappresentante l'allegoria del “La Verità svelata dal Tempo”, che non fu mai portato a termine. Alla morte dell'artista il grande blocco di marmo destinato alla realizzazione del Tempo in volo, rivelatore della Verità, fu venduto dai suoi eredi. In particolare, uno studio diagnostico, eseguito sulle superfici per conto della Galleria Borghese, ha permesso di supporre che il Bernini utilizzasse un processo tecnico di esecuzione di tipo “sottrattivo” per la realizzazione delle finiture superficiali: ad una prima ed omogenea stesura di una patina seguiva una pulitura mirata ed orientata ad ottenere ombreggiature e distinzioni tra le varie parti dell’opera. Del Canova si può osservare la “Paolina Borghese” che raffigura Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, nella incarnazione della Venere Vincitrice: il viso è una rappresentazione realistica di Paolina, mentre il busto nudo è più attinente ai canoni di bellezza neoclassica. Una scultura, realizzata dall’artista nel 1805-1808 (cioè quando aveva circa 50 anni), commissionata dal marito, Camillo Borghese, con Paolina Bonaparte per il loro matrimonio. L’opera, realizzata a Roma, fu poi trasportata nella casa torinese di Camillo, poi a Genova, per arrivare infine nella sua attuale collocazione all'interno della Galleria Borghese di Roma intorno al 1838. La base di legno, drappeggiata come un catafalco, contiene un meccanismo che consente alla scultura di essere ruotata, caratteristica comune ad altri lavori di Canova. I visitatori, un tempo, potevano così ammirarla da ogni angolazione senza doverle girare intorno; oggi il meccanismo viene azionato solo in particolari occasioni di rappresentanza.

ORARI:

Orario di apertura (con accesso ogni due ore a partire dalle 8.30) - Da Martedì a Domenica, dalle ore 8.30 alle 19.30
Chiusura - Lunedì - 25 dicembre, 1 gennaio

La biglietteria chiude alle 18.30

 

 

Tra i numerosi artisti, autori di capolavori meravigliosi, che si possono ammirare nella Galleria Borghese ci piace parlare di Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Bernini e Canova e di alcune loro opere. E magari scoprire alcune particolarità come la strana storia della "Dama col liocorno" di Raffaello.

Di Raffaello Sanzio è l’olio su tavola, databile al 1505-1506 circa, “La Dama col liocorno”. L'opera è citata negli inventari Borghese sin dal 1760 con attribuzioni varie; nel 1916 Giulio Cantalamessa riconobbe per primo la diversa fattura di alcune parti del dipinto, che si rivelarono in effetti aggiunte successive. Infatti, prima di un restauro del 1935 l'opera presentava numerose ridipinture, dovute probabilmente al cattivo stato di conservazione, che ritraevano la donna raffigurata con gli attributi di santa Caterina d'Alessandria; anche le mani e il manto appartenevano a una mano diversa e successiva rispetto alla pittura originale. Infatti, le indagine diagnostiche, eseguite per contro della Galleria Borghese sul dipinto, hanno evidenziato che in origine il manto sulle spalle non esisteva, che la disposizione delle mani era diversa e che al posto dell'unicorno (o "liocorno"), simbolo della purezza verginale, la donna teneva in braccio un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale. Ortolani pose il dipinto in relazione con un disegno al Louvre, proponendo di identificare la donna ritratta in Maddalena Strozzi, moglie di Agnolo Doni, della quale però è meglio documentato il ritratto agli Uffizi, dalle fattezze diverse.

Del Tiziano (al secolo Tiziano Vecellio) è l’olio su tela, databile al 1515 circa, “L'Amor sacro e Amor profano”. Il titolo con cui l'opera è nota non è che uno di quelli arbitrariamente attribuiti dai curatori degli inventari e cataloghi della Borghese in particolare nel 1792 e nel 1833. Altri titoli susseguitisi nel tempo sono stati Beltà disornata e beltà ornata (1613), Tre Amori (1650), Amor profano e Amor divino (1693), Donna divina e donna profana (1700). Il soggetto del dipinto, nella sua ricchezza di elementi criptici, è tra i più studiati dell'intera storia dell'arte, e presuppone molteplici livelli di lettura. Anche in epoca moderna le ipotesi per decifrare il soggetto sono state molteplici. Wickoff (1895) pensò a Venere che persuade Medea come negli Argonauti di Valerio Flacco; Gerstfeld credette di riconoscere nella donna a sinistra Violante, la figlia di Palma il Vecchio sulla scorta di un suo presunto ritratto a Vienna; Amore celeste e amore umano per Wind.

Interessante la storia della committenza del dipinto. Lo stemma sulla fontana-sarcofago appartiene al gran cancelliere di Venezia Niccolò Aurelio, che fu il committente del dipinto per le sue nozze nel 1514 con Laura Bagarotto, il cui stemma è invece al centro del bacile argenteo vicino a Cupido. Il gran cancelliere, prima di sposare la donna, ne aveva mandato a morte il padre, Bertuccio Bagarotto, per accuse di alto tradimento, e a questa triste vicenda personale dovrebbe alludere il tema della morte esplicato dal sarcofago.

L'opera doveva essere non solo un importante dono di nozze e di riconciliazione con la moglie, ma anche un atto politico, simbolo dello splendore della sua casata presso i veneziani. Del Caravaggio possiamo ammirare il “Fanciullo con canestra di frutta”, il “Bacchino malato” e il “Davide con la testa di Golia”. Quando l’artista aveva 22-23 anni eseguì le prime due opere che sono state eseguite nel periodo in cui collaborò col Cavalier d'Arpino, dipingendo "fiori e frutti". L'ipotesi che il dipinto risalga a questo periodo sembrerebbe trovare conferma nel fatto che il “Fanciullo con la canestra di frutta” fu sequestrato assieme al “Bacchino malato” e al “Ragazzo che monda un frutto”: questi erano tutti dipinti che si trovavano nella bottega del Cavalier d'Arpino e, nel 1607, vennero requisiti dagli emissari di Papa Paolo V per motivi fiscali. Fu lo stesso papa a fare dono dei suddetti due dipinti al nipote cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, noto e avido collezionista. Fu così che i dipinti divennero parte della collezione dell'odierna Galleria Borghese.

Tuttavia, un’altra ipotesi è che ii dipinti possano risalire al periodo immediatamente successivo a quello della collaborazione con il Cavalier d'Arpino, e cioè a quando Caravaggio e il sedicenne pittore siciliano Mario Minniti sperarono di rendersi più autonomi fornendo dipinti al mercante d'arte Costantino. Sulla scia di questa proposta di datazione, è stato ipotizzato che il ragazzo ritratto nei dipinti sia proprio lo stesso Mario Minniti. Tuttavia, l'affascinante ipotesi non ha ancora trovato un definitivo riscontro documentale e, conseguentemente, l'identità del ragazzo è ad oggi ancora ignota. Nel “Bacchino malato”, il cui titolo è dovuto al colorito della pelle del soggetto, alcuni studiosi individuerebbero proprio un autoritratto dello stesso Caravaggio, eseguito durante la sua convalescenza in seguito al ricovero presso l'ospedale della Consolazione (l'ospedale dei poveri), avvenuto - sembra - per una ferita alla gamba causatagli dal calcio di un cavallo.

Circa il “Davide con la testa di Golia” dipinto negli ultimi anni di vita dell’artista, si fa notare un’interessante e recente interpretazione di Sergio Rossi ("Arte come fatica di mente", Lithos editrice, Roma 2012, pp. 110 e ss.), per cui il dipinto sarebbe in realtà un doppio autoritratto, anzi più precisamente una doppia autoidentificazione: il Merisi si rappresenta cioè sia nei panni di Golia che in quelli di David, sorta di immagine idealizzata del pittore adolescente. Lo confermano i confronti tra questa figura, il "Bacchino malato" della Galleria Borghese di Roma e l'uomo raffigurato tra la folla del "Martirio di S. Matteo" in S. Luigi dei Francesi. In sostanza, secondo questa interpretazione, il David-Caravaggio non ancora toccato dal peccato uccide il Golia-Caravaggio ormai peccatore incallito secondo un'ottica espiativa che ben si accorda con il carattere del dipinto, molto probabilmente inviato a Roma al cardinale Scipione Borghese a supporto della domanda di grazia che, paradosso dei paradossi, raggiungerà in effetti Caravaggio proprio insieme alla morte. Del Bernini, al Museo Borghese, si osservano numerose sculture tra cui l’ ”Apollo e Dafne”, il “Ratto di Proserpina” e “La Verità”. Le prime due sculture sono state eseguite per Scipione Borghese quando aveva 23-27 anni rivelando una grande bravura che egli stesso, ammirando l’Apollo e Dafne, evidenziò: "Oh quanto poco profitto ho fatto io nell'arte della scultura in un sì lungo corso di anni, mentre io conosco che da fanciullo maneggiavo il marmo in questo modo!". La Verità, invece, fu realizzata da Bernini per sé e per i suoi eredi; in particolare, la realizzò, verso la metà del 1600 quando aveva circa 50 anni, in un periodo difficile della sua carriera, culminato con l'abbattimento di uno dei campanili da lui progettati per la Basilica di San Pietro e con l'elezione al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj, che gli preferì come architetto il “rivale” Francesco Borromini. La statua faceva parte del gruppo scultoreo, rappresentante l'allegoria del “La Verità svelata dal Tempo”, che non fu mai portato a termine. Alla morte dell'artista il grande blocco di marmo destinato alla realizzazione del Tempo in volo, rivelatore della Verità, fu venduto dai suoi eredi. In particolare, uno studio diagnostico, eseguito sulle superfici per conto della Galleria Borghese, ha permesso di supporre che il Bernini utilizzasse un processo tecnico di esecuzione di tipo “sottrattivo” per la realizzazione delle finiture superficiali: ad una prima ed omogenea stesura di una patina seguiva una pulitura mirata ed orientata ad ottenere ombreggiature e distinzioni tra le varie parti dell’opera. Del Canova si può osservare la “Paolina Borghese” che raffigura Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, nella incarnazione della Venere Vincitrice: il viso è una rappresentazione realistica di Paolina, mentre il busto nudo è più attinente ai canoni di bellezza neoclassica. Una scultura, realizzata dall’artista nel 1805-1808 (cioè quando aveva circa 50 anni), commissionata dal marito, Camillo Borghese, con Paolina Bonaparte per il loro matrimonio. L’opera, realizzata a Roma, fu poi trasportata nella casa torinese di Camillo, poi a Genova, per arrivare infine nella sua attuale collocazione all'interno della Galleria Borghese di Roma intorno al 1838. La base di legno, drappeggiata come un catafalco, contiene un meccanismo che consente alla scultura di essere ruotata, caratteristica comune ad altri lavori di Canova. I visitatori, un tempo, potevano così ammirarla da ogni angolazione senza doverle girare intorno; oggi il meccanismo viene azionato solo in particolari occasioni di rappresentanza.

ORARI:

Orario di apertura (con accesso ogni due ore a partire dalle 8.30) - Da Martedì a Domenica, dalle ore 8.30 alle 19.30
Chiusura - Lunedì - 25 dicembre, 1 gennaio

La biglietteria chiude alle 18.30

 

 

41.9142103,12.492144199999984,15

Tra i numerosi artisti, autori di capolavori meravigliosi, che si possono ammirare nella Galleria Borghese ci piace parlare di Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Bernini e Canova e di alcune loro opere. E magari scoprire alcune particolarità come la strana storia della "Dama col liocorno" di Raffaello.

Di Raffaello Sanzio è l’olio su tavola, databile al 1505-1506 circa, “La Dama col liocorno”. L'opera è citata negli inventari Borghese sin dal 1760 con attribuzioni varie; nel 1916 Giulio Cantalamessa riconobbe per primo la diversa fattura di alcune parti del dipinto, che si rivelarono in effetti aggiunte successive. Infatti, prima di un restauro del 1935 l'opera presentava numerose ridipinture, dovute probabilmente al cattivo stato di conservazione, che ritraevano la donna raffigurata con gli attributi di santa Caterina d'Alessandria; anche le mani e il manto appartenevano a una mano diversa e successiva rispetto alla pittura originale. Infatti, le indagine diagnostiche, eseguite per contro della Galleria Borghese sul dipinto, hanno evidenziato che in origine il manto sulle spalle non esisteva, che la disposizione delle mani era diversa e che al posto dell'unicorno (o "liocorno"), simbolo della purezza verginale, la donna teneva in braccio un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale. Ortolani pose il dipinto in relazione con un disegno al Louvre, proponendo di identificare la donna ritratta in Maddalena Strozzi, moglie di Agnolo Doni, della quale però è meglio documentato il ritratto agli Uffizi, dalle fattezze diverse.

Del Tiziano (al secolo Tiziano Vecellio) è l’olio su tela, databile al 1515 circa, “L'Amor sacro e Amor profano”. Il titolo con cui l'opera è nota non è che uno di quelli arbitrariamente attribuiti dai curatori degli inventari e cataloghi della Borghese in particolare nel 1792 e nel 1833. Altri titoli susseguitisi nel tempo sono stati Beltà disornata e beltà ornata (1613), Tre Amori (1650), Amor profano e Amor divino (1693), Donna divina e donna profana (1700). Il soggetto del dipinto, nella sua ricchezza di elementi criptici, è tra i più studiati dell'intera storia dell'arte, e presuppone molteplici livelli di lettura. Anche in epoca moderna le ipotesi per decifrare il soggetto sono state molteplici. Wickoff (1895) pensò a Venere che persuade Medea come negli Argonauti di Valerio Flacco; Gerstfeld credette di riconoscere nella donna a sinistra Violante, la figlia di Palma il Vecchio sulla scorta di un suo presunto ritratto a Vienna; Amore celeste e amore umano per Wind.

Interessante la storia della committenza del dipinto. Lo stemma sulla fontana-sarcofago appartiene al gran cancelliere di Venezia Niccolò Aurelio, che fu il committente del dipinto per le sue nozze nel 1514 con Laura Bagarotto, il cui stemma è invece al centro del bacile argenteo vicino a Cupido. Il gran cancelliere, prima di sposare la donna, ne aveva mandato a morte il padre, Bertuccio Bagarotto, per accuse di alto tradimento, e a questa triste vicenda personale dovrebbe alludere il tema della morte esplicato dal sarcofago.

L'opera doveva essere non solo un importante dono di nozze e di riconciliazione con la moglie, ma anche un atto politico, simbolo dello splendore della sua casata presso i veneziani. Del Caravaggio possiamo ammirare il “Fanciullo con canestra di frutta”, il “Bacchino malato” e il “Davide con la testa di Golia”. Quando l’artista aveva 22-23 anni eseguì le prime due opere che sono state eseguite nel periodo in cui collaborò col Cavalier d'Arpino, dipingendo "fiori e frutti". L'ipotesi che il dipinto risalga a questo periodo sembrerebbe trovare conferma nel fatto che il “Fanciullo con la canestra di frutta” fu sequestrato assieme al “Bacchino malato” e al “Ragazzo che monda un frutto”: questi erano tutti dipinti che si trovavano nella bottega del Cavalier d'Arpino e, nel 1607, vennero requisiti dagli emissari di Papa Paolo V per motivi fiscali. Fu lo stesso papa a fare dono dei suddetti due dipinti al nipote cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, noto e avido collezionista. Fu così che i dipinti divennero parte della collezione dell'odierna Galleria Borghese.

Tuttavia, un’altra ipotesi è che ii dipinti possano risalire al periodo immediatamente successivo a quello della collaborazione con il Cavalier d'Arpino, e cioè a quando Caravaggio e il sedicenne pittore siciliano Mario Minniti sperarono di rendersi più autonomi fornendo dipinti al mercante d'arte Costantino. Sulla scia di questa proposta di datazione, è stato ipotizzato che il ragazzo ritratto nei dipinti sia proprio lo stesso Mario Minniti. Tuttavia, l'affascinante ipotesi non ha ancora trovato un definitivo riscontro documentale e, conseguentemente, l'identità del ragazzo è ad oggi ancora ignota. Nel “Bacchino malato”, il cui titolo è dovuto al colorito della pelle del soggetto, alcuni studiosi individuerebbero proprio un autoritratto dello stesso Caravaggio, eseguito durante la sua convalescenza in seguito al ricovero presso l'ospedale della Consolazione (l'ospedale dei poveri), avvenuto - sembra - per una ferita alla gamba causatagli dal calcio di un cavallo.

Circa il “Davide con la testa di Golia” dipinto negli ultimi anni di vita dell’artista, si fa notare un’interessante e recente interpretazione di Sergio Rossi ("Arte come fatica di mente", Lithos editrice, Roma 2012, pp. 110 e ss.), per cui il dipinto sarebbe in realtà un doppio autoritratto, anzi più precisamente una doppia autoidentificazione: il Merisi si rappresenta cioè sia nei panni di Golia che in quelli di David, sorta di immagine idealizzata del pittore adolescente. Lo confermano i confronti tra questa figura, il "Bacchino malato" della Galleria Borghese di Roma e l'uomo raffigurato tra la folla del "Martirio di S. Matteo" in S. Luigi dei Francesi. In sostanza, secondo questa interpretazione, il David-Caravaggio non ancora toccato dal peccato uccide il Golia-Caravaggio ormai peccatore incallito secondo un'ottica espiativa che ben si accorda con il carattere del dipinto, molto probabilmente inviato a Roma al cardinale Scipione Borghese a supporto della domanda di grazia che, paradosso dei paradossi, raggiungerà in effetti Caravaggio proprio insieme alla morte. Del Bernini, al Museo Borghese, si osservano numerose sculture tra cui l’ ”Apollo e Dafne”, il “Ratto di Proserpina” e “La Verità”. Le prime due sculture sono state eseguite per Scipione Borghese quando aveva 23-27 anni rivelando una grande bravura che egli stesso, ammirando l’Apollo e Dafne, evidenziò: "Oh quanto poco profitto ho fatto io nell'arte della scultura in un sì lungo corso di anni, mentre io conosco che da fanciullo maneggiavo il marmo in questo modo!". La Verità, invece, fu realizzata da Bernini per sé e per i suoi eredi; in particolare, la realizzò, verso la metà del 1600 quando aveva circa 50 anni, in un periodo difficile della sua carriera, culminato con l'abbattimento di uno dei campanili da lui progettati per la Basilica di San Pietro e con l'elezione al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj, che gli preferì come architetto il “rivale” Francesco Borromini. La statua faceva parte del gruppo scultoreo, rappresentante l'allegoria del “La Verità svelata dal Tempo”, che non fu mai portato a termine. Alla morte dell'artista il grande blocco di marmo destinato alla realizzazione del Tempo in volo, rivelatore della Verità, fu venduto dai suoi eredi. In particolare, uno studio diagnostico, eseguito sulle superfici per conto della Galleria Borghese, ha permesso di supporre che il Bernini utilizzasse un processo tecnico di esecuzione di tipo “sottrattivo” per la realizzazione delle finiture superficiali: ad una prima ed omogenea stesura di una patina seguiva una pulitura mirata ed orientata ad ottenere ombreggiature e distinzioni tra le varie parti dell’opera. Del Canova si può osservare la “Paolina Borghese” che raffigura Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, nella incarnazione della Venere Vincitrice: il viso è una rappresentazione realistica di Paolina, mentre il busto nudo è più attinente ai canoni di bellezza neoclassica. Una scultura, realizzata dall’artista nel 1805-1808 (cioè quando aveva circa 50 anni), commissionata dal marito, Camillo Borghese, con Paolina Bonaparte per il loro matrimonio. L’opera, realizzata a Roma, fu poi trasportata nella casa torinese di Camillo, poi a Genova, per arrivare infine nella sua attuale collocazione all'interno della Galleria Borghese di Roma intorno al 1838. La base di legno, drappeggiata come un catafalco, contiene un meccanismo che consente alla scultura di essere ruotata, caratteristica comune ad altri lavori di Canova. I visitatori, un tempo, potevano così ammirarla da ogni angolazione senza doverle girare intorno; oggi il meccanismo viene azionato solo in particolari occasioni di rappresentanza.

ORARI:

Orario di apertura (con accesso ogni due ore a partire dalle 8.30) - Da Martedì a Domenica, dalle ore 8.30 alle 19.30
Chiusura - Lunedì - 25 dicembre, 1 gennaio

La biglietteria chiude alle 18.30

 

 

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